Bancarotta siciliana
Per quindici mesi ha creduto che per governare una regione come la Sicilia bastasse la sua antimafia da baraccone, priva di qualsiasi legame con la realtà dolente di questa infelicissima terra. Per quindici mesi ha creduto di potere andare avanti senza partiti e senza riforme perché lui, tanto, andava poi in tv, dal suo fraternissimo amico Giletti, a spacciare per fatte le cose ancora da fare. Ma i bluff, si sa, arrivano sempre al capolinea e Rosario Crocetta si ritrova all’improvviso solo e disperato.
5 AGO 20

Per quindici mesi ha creduto che per governare una regione come la Sicilia bastasse la sua antimafia da baraccone, priva di qualsiasi legame con la realtà dolente di questa infelicissima terra. Per quindici mesi ha creduto di potere andare avanti senza partiti e senza riforme perché lui, tanto, andava poi in tv, dal suo fraternissimo amico Giletti, a spacciare per fatte le cose ancora da fare. Ma i bluff, si sa, arrivano sempre al capolinea e Rosario Crocetta si ritrova all’improvviso solo e disperato: il commissario dello stato gli ha bocciato 33 dei 50 articoli che componevano la Legge di stabilità e la giunta, senza un soldo in cassa, non sa più dove sbattere la testa: basta pensare che il 27 gennaio non è stato pagato lo stipendio ai 30 mila dipendenti regionali e che nel giro di pochi giorni l’asfissia finanziaria porterà alla chiusura dei teatri di Palermo, Catania e Messina; alla soppressione delle scuole per ciechi e sordi; alla cancellazione dei ricoveri per minori e dei centri per disabili. Roba da mettersi le mani ai capelli. Ma Crocetta, secondo il particolarissimo codice dei professionisti dell’antimafia, grida al complotto e puntualmente tenta di criminalizzare Carmelo Aronica, il prefetto che per conto dello stato ha esaminato i conti della regione, dimostrando – numeri alla mano – che il bilancio presentato da Palazzo d’Orleans altro non era che un papocchio contabile, privo di riscontri e coperture.
Era difficile, dopo la stagione sciagurata di Totò Cuffaro e quella scellerata di Raffaele Lombardo, prevedere una sventura ancora più grande e devastante. Eppure eccola qua. Ma stavolta è Palazzo Chigi che deve trovare il coraggio di chiudere una pagina indecente. Crocetta non solo ha provocato la voragine che sta sotto gli occhi di tutti ma è riuscito pure ad affermare un principio maledetto: che nel deserto rapace della regione siciliana non riesce ad attecchire nessun fiore, nessun anelito di rinnovamento, nessun impegno civile. Si pensi allo slancio con cui Lucia Borsellino, figlia del giudice assassinato in via D’Amelio, accettò l’anno scorso l’incarico di assessore alla Sanità. Avrebbe dovuto ripulire il settore più infestato di sprechi e corruttele, ma il governatore l’ha trascinata in un vortice di clientele dal quale lei non riesce più a svincolarsi. Altro che rivoluzione. La Sicilia è diventata un luogo geometrico di scandali e nulla più. Dispiace ammetterlo, ma al punto in cui siamo c’è solo un rimedio: commissariarla.